ARTISTA
Spezi Eleonora (23/09/82) – illustrazione, grafica, scenografia
INDIRIZZO
Via Borro di San Giorgio n°89
50015
Antella, Bagno a Ripoli (FI)
CONTATTI
eleonora.spezi@gmail.com
www.eleonoraspezi.com
INTERVISTA
LUIGI LOMBARDI VALLAURI
L’Arte è qualcosa che punta all’emozione estetica, ma l’emozione estetica può essere un punto d’appoggio per un balzo a qualcosa di ulteriore? Sei in grado di descrivere l’ulteriore?
Credo che l’emozione estetica possa dare più forza ai contenuti o al messaggio che l’artista vuole condividere con chi guarderà la sua opera. Allo stesso tempo, però, l’emozione estetica è in grado di arricchire le opere d’arte anche di ‘altro’, di sfumature di senso, di imprevisti significati che vanno ben oltre le intenzioni dell’autore. L’ulteriore per fortuna rimane ancora indescrivibile.
GIULIANO DA EMPOLI
L’arte non può forse cambiare il mondo, ma può almeno tentare il cambiare il modo di vedere il mondo. Come pensi che la tua ricerca artistica possa cambiare il modo di vedere la città?
Alcuni miei lavori nascono da giochi di parole o da modi di dire che mi diverto a tradurre in immagini. Forse da queste materializzazioni può nascere uno sguardo ironico sul mondo che ci circonda, sulla città che si srotola attorno a noi, su chi la popola. Le sue architetture improbabili, intese come decontestualizzazione e contrasto, sono sempre state per me un’inesauribile fonte di ispirazione, specialmente nei lavori fotografici. Mi sono sempre augurata di poter condividere questo sguardo col fruitore delle mie immagine, di aggiungere un punto di vista mai sperimentato prima.
PIERO FERRUCCI
Pensando a una delle tue opere, come descriveresti la sua nascita e il suo sviluppo nel tuo mondo interiore?
Questa domanda è molto personale e davvero otto righe sono poche per rispondervi, o forse troppe. Tentando di formulare una risposta, mi vengono in mente soprattutto visioni, intese come scatti inaspettati, immagini che mettono in relazione varie parti del mondo e che sono in grado di stupire me stessa per prima. Di lì, la memoria, la cattura di quella visione o idea e la sua successiva rielaborazione, un po’ come l’inspirare e l’espirare, per arrivare al momento della restituzione, che, nell’affrontare la tecnica, segue tracciati pieni di imprevisti, incidenti e possibilità. Il risultato è da una lato fedele a quell’impulso ignoto, dall’altro risulta vivere di vita propria, come un estraneo che si conosce da tempo.
LUIGI ZANGHERI
Ritenete che nell’attuale momento di crisi generalizzata dei valori la “ricerca” e il concetto di “qualità” siano ancora essenziali nel fare arte?
La parola “crisi” sta entrando nel nostro vocabolario quotidiano come un cartellino rosso, tirato fuori ad hoc, di fronte all’insorgere di qualsivoglia problematica ma il suo significato viene malvolentieri affrontato, permettendone un uso casuale e comodo. E’ impensabile che un artista produca con gli occhi bendati, ma ritengo che la cosiddetta “crisi dei valori” abbia ben poco a che fare con i concetti di “qualità” e “ricerca”, che continuano ad essere i nostri motori. Questa “crisi” può semmai rientrare nei contenuti, ed è anch’essa un buon punto di partenza per molti lavori. Farla diventare un contenitore è un ulteriore, passivo, cartellino rosso.
PIETRO GAGLIANO’
Una riflessione sugli studi d’artista impone l’interrogativo sulla distanza che l’artista pone, o elude, tra sé e il mondo e su quanto sia giustificabile oggi il lavoro di un artista che (seguendo un modello romantico e bohemien) ritenga di poter lavorare senza guardare oltre i confini del proprio spazio protetto. L’attualità (su scala locale e globale) che peso ha nel processo creativo? Quanto un artista dovrebbe avvertire il dovere di sollevare le questioni del disagio sociale, del dissesto ecologico, dell’emergenza geopolitica?
Un linea netta di separazione tra il modello romantico e quello impegnato mi è sempre apparsa piuttosto improbabile. Un artista, pur non volendo, è sempre coinvolto sia dal presente, dall’ ”attualità”, che dal passato, da tutto ciò che è stato prodotto prima di lui. Un artista che avesse uno studio simile ad una caverna di Neanderthal, riuscirebbe, nel migliore dei casi, a dipingerne le pareti. Il dover sollevare questioni sociali, geopolitiche ed ambientali è un dictat altrettanto improbabile, già sperimentato e con risultati disumani. Credo invece nel conflitto tra le parti, tra il dentro e il fuori, tra il mio e il nostro, che sia capace di risvegliare la sensibilità dell’artista e del fruitore, che vada oltre l’autoreferenzialità e che sia capace di coinvolgere realmente il mondo nel proprio studio.
FIAMMETTA STRIGOLI
Televisione, pubblicità, personal computer, internet concorrono a caratterizzare l’individuo di questo nostro tempo come homo videns, un fruitore d’immagini esposto ad esperienze visive che sono il risultato della ricerca tecnica prima, tecnologica poi, e che hanno talvolta fornito “materiali” al fare arte, incidendo sul profilo dell’artista contemporaneo per l’opportunità di amplificare la propria traiettoria operativa, contaminando e ibridando i linguaggi espressivi.
Salto in positivo di creatività comunicativa, capace di cambiare nel tempo il significato di artista più vicino al profilo dell’artista rinascimentale o anti-arte che nega la “vera” creatività a partire dalla presa di distanza dal concetto di manualità, insito nei generi classici come il disegno, la pittura e la scultura?
Credo di essere molto legata alla manualità nel mio processo creativo, intesa in termini tradizionali, per motivi che risalgono alla mia formazione e al mio percorso che è strettamente personale, e che quindi non è necessariamente presente nei percorsi altrui. L’uso della tecnologia, che fornisce al mio percorso uno strumento fondamentale e suggestivo, è altrettanto bisogno di tecnica, apprendimento e pratica. Penso che tracciare un netto confine tra tecnologia e manualità sia un assurdo, perché sono entrambe possibili e praticabili grazie alla tecnica. E’ proprio attraverso la contaminazione e l’ibrido che siamo in grado di produrre un senso, seppur parziale, incompleto o contraddittorio.
CRISTINA GIACHI
Si sentono parte di un movimento artistico fiorentino? Esiste una sinergia tra i giovani artisti? Esistono luoghi di discussione-confronto? Si lavora pensando alla città o il lavoro è rivolto ad un pubblico esterno?
Ho passato gli ultimi cinque anni fuori dall’Italia e sono tornata a Firenze all’inizio di quest’anno, forse per questo non posso dire di sentirmi in un qualche movimento artistico fiorentino, ammesso che io abbia chiaro come può essere definito un movimento artistico. In questo breve periodo ho avuto piuttosto incontri personali che hanno dato vita ad occasioni di confronto reale e scambi concreti con persone che lavorano a Firenze, con le quali abbiamo condiviso spazi, strumenti e competenze. Dei tandem virtuosi che avvengono sia in studi privati che in altri luoghi, ad esempio lo Spazio Arti e Mestieri. Il lavoro sembra essere rivolto alla città, usando riferimenti, giocando con il territorio e la tradizione, costruendo reti di contatti. Il pubblico esterno appare comunque in veste di fruitore, perché questa città è capace di accogliere un turismo non esclusivamente da cartolina.
VALENTINA FILICE
Reputi che quello dell’artista possa essere ritenuto un mestiere pari agli altri? Se d’accordo, in che termini potrebbe regolarizzarsi all’interno del circuito economico e produttivo nazionale?
Si, penso che il mestiere dell’artista sia da mettere esattamente sullo stesso piano di tutti gli altri lavori svolti nella nostra società. Quest’affermazione può sembrare paradossale in tempi di crisi globalizzata ma proprio da questo paradosso può nascere un ragionamento che sia in grado di quantificare e valorizzare il lavoro svolto da ogni artista, inteso come ricchezza prodotta e investimento collettivo. I termini specifici con cui regolarizzare l’attività artistica sono purtroppo molto lontani dall’orizzonte politico devastato che stiamo vivendo, ma credo che affrontare la questione del reddito, in una fase culturale violenta, sia un nodo necessario e stimolante.
MARIA GIULIANA VIDETTA
Qual è la vostra domanda? Più precisamente, l’opera d’arte/l’attività artistica risponde alla domanda che l’artista si è posto e che attraverso l’opera rimanda al fruitore?
Sì, penso che l’opera d’arte sia una forma di dialogo a tre, tra l’autore, il fruitore e l’opera stessa che, a seconda del tempo e del contesto, è in grado di aggiungere ‘qualcosa’ al progetto di chi l’ha realizzata. Penso che le domande siano molte; a me è capitato di capire a distanza di tempo che opere che avevo realizzato anni prima erano in realtà anche risposte a domande che non mi ponevo, o meglio che mi occupavano la mente di nascosto, senza che me ne accorgessi.
ARTEFICE
L’idea del progetto Case d’Arte nasce dall’intuizione di poter mettere in relazione varie realtà di creativi presenti in città per poter così ampliare una rete di lavoro e quindi creare anche maggiori occasioni di visibilità.
Quali azioni potrebbero portare un contributo positivo alla scena culturale fiorentina?
Case d’Arte mi è subito sembrato molto affascinante per un’interpretazione, forse assolutamente personale, che ho dato al progetto, cioè di dare visibilità a chi è creativo e produttivo, e affronta il suo lavoro in casa, dando vita a spazi ibridi. Tra il domestico e lo studio d’arte, molte persone sono costrette o scelgono di lavorare. Credo che progetti del genere siano assolutamente necessari a non atrofizzare molte forze che si muovono in questa città. Sarebbe interessante riuscire a sviluppare questo progetto in modi e formule ulteriori, creando occasioni concrete come mostre o laboratori che permetterebbero non solo una visibilità maggiore ma anche una possibilità di scambio tra i partecipanti al progetto.
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