STUDIOLO

ARTISTA
Gonnelli Federica (09/02/1981) pittura, scultura, installazioni, video e video-installazioni

INDIRIZZO
Via Don Maglioni n°33
50013
Capalle, Campi Bisenzio (FI)

CONTATTI
info@federicagonnelli.it
www.federicagonnelli.it

INTERVISTA

LUIGI LOMBARDI VALLAURI
L’Arte è qualcosa che punta all’emozione estetica, ma l’emozione estetica può essere un punto d’appoggio per un balzo a qualcosa di ulteriore? Sei in grado di descrivere l’ulteriore?

L’emozione estetica data dall’arte è la base per andare oltre, verso una riflessione ad esempio che può avere al suo centro temi legati all’attualità e alla società, o più intimi legati al vissuto personale e all’identità di ognuno di noi. E’ proprio questo balzo in avanti che chiedo agli osservatori che si trovano di fronte alle mie opere, caratterizzate sempre dalla sovrapposizione e dalla trasparenza ottenuta dal velo d’organza. Un velo che ogni volta mostra, racconta qualcosa di diverso, ma che allo stesso tempo impone uno slancio agli osservatori che vogliono scoprire cosa vi si cela dietro e quindi riflettere e capire.

GIULIANO DA EMPOLI
L’arte non può forse cambiare il mondo, ma può almeno tentare di cambiare il modo di vedere il mondo. Come pensi che la tua ricerca artistica possa cambiare il modo di vedere la città?

La mia ricerca ruota tutta attorno all’idea di visione, sull’attraversamento di dimensioni fisiche o temporali.
L’apparenza è una lente, un velo trasparente che avvolge il reale, la memoria, la percezione di noi stessi. I miei progetti creano luoghi che accolgono sguardi diversi e al tempo stesso aprono finestre su altre strade. Spazi dove la situazione umana diventa racconto poetico e simbolico, pur non negando la sua natura terrena e materica. Spazi dove metto in mostra le tracce di un evento, il passaggio specifico di una storia, il mondo naturale allestendo una camera delle meraviglie artificiale e bloccata, sotto tassidermia, ingrandita da fasci luminosi e teche trasparenti. Il sapore è quello della Madelaine di un tempo perduto, di cui dobbiamo riappropriarci sforzandoci di guardare oltre il velo.

PIERO FERRUCCI
Pensando a una delle tue opere, come descriveresti la sua nascita e il suo sviluppo nel tuo mondo interiore?

Le mie opere nascono spesso da fulminee suggestioni e sensazioni, dalla memoria della presenza e dell’assenza, dalla vita che passa e lascia le sue tracce. Tracce, intese anche come ricordi, piccoli oggetti, elementi vegetali o no, nostalgie, evocazioni impalpabili, persone, eventi, che diventano forme dalla consistenza ormai sempre più indefinita, che entrano in una lenta metamorfosi soggettiva, appartengono al vissuto, non più alla vita, pur facendone ancora in qualche modo parte. Densità materiche che ci sono eppure non sono già più. La matericità di corpi e oggetti è affidata all’organza stampata, che diventa l’ombra evocativa di ciò che è stato. E non bisogna disperdere. Tengo le fila tra passato e presente, sul bordo dell’oblio, custodisco le mie ombre in teche, come piccole cose preziose da salvare. Reliquiari, fragili e silenziosi, su cui si distendono i miei veli.

LUIGI ZANGHERI
Ritenete utile (o inutile) nell’attuale scenario del sistema dell’arte un atteggiamento “morale” in rapporto al proprio operare?

Attualmente mi sembra che si sia perso il senso, la percezione intuitiva di ciò che è bene e di ciò che è male, non c’è coscienza e consapevolezza del significato etico delle proprie azioni e troppo spesso ci si trincera nella distinzione tra ciò che è pubblico o privato: la morale e l’etica dovrebbero essere universalmente riconosciute, senza possibilità di smentita, in ogni campo del fare umano dall’arte alla politica, in ogni luogo, in ogni momento e in ogni situazione umana. È la ragione che dovrebbe guidare l’uomo come necessità volontaria non come una costrizione. Parafrasando Kant si potrebbe dire che “l’arte è il simbolo del bene morale” o almeno a questo dovrebbe mirare.

PIETRO GAGLIANO’
Una riflessione sugli studi d’artista impone l’interrogativo sulla distanza che l’artista pone, o elude, tra sé e il mondo e su quanto sia giustificabile oggi il lavoro di un artista che (seguendo un modello romantico e bohemien) ritenga di poter lavorare senza guardare oltre i confini del proprio spazio protetto. L’attualità (su scala locale e globale) che peso ha nel processo creativo? Quanto un artista dovrebbe avvertire il dovere di sollevare le questioni del disagio sociale, del dissesto ecologico, dell’emergenza geopolitica?

Non so dire se gli artisti trincerati nei loro studi siano molti o pochi, conosco degli artisti chiusi nel loro spazio privato, non voglio giudicare in positivo o in negativo questo comportamento, personalmente ritengo che lo spazio dello studio sia molto importante fisicamente e mentalmente, ma non deve diventare un ostacolo o una barriera, per questo l’artista deve essere “elastico” e capace di slanciarsi oltre il proprio studio e in un certo senso deve essere capace di lavorare al di là dello studio stesso. L’attualità e i problemi della società prima di tutto dovrebbero sollecitare l’uomo e la donna, indifferentemente dall’essere artisti, l’artista in generale -gli artisti di ogni arte- hanno la particolarità di poter usare un tono di voce al quale l’orecchio umano è molto sensibile, certamente non è obbligatorio che tutti gli artisti adottino lo stesso tono.

FIAMMETTA STRIGOLI
Televisione, pubblicità, personal computer, internet concorrono a caratterizzare l’individuo di questo nostro tempo come homo videns, un fruitore di immagini esposto ad esperienze visive che sono il risultato della ricerca tecnica prima, tecnologica poi, e che hanno talvolta fornito “materiali” al fare arte, incidendo sul profilo dell’artista contemporaneo per l’opportunità di amplificare la propria traiettoria operativa, contaminando e ibridando i linguaggi espressivi.
Salto in positivo di creatività comunicativa capace di cambiare nel tempo il significato di artista più vicino al profilo dell’artista rinascimentale o anti-arte che nega la “vera” creatività a partire dalla presa di distanza dal concetto di manualità, insito nei generi classici come il disegno, la pittura e la scultura?

Lo sviluppo tecnologico è assolutamente positivo, l’importante è che l’uomo -l’artista- non ne venga totalmente soggiogato e che non perda la capacità di aggirare gli ostacoli posti talvolta dalla stessa tecnologia. Ciò non significa abolire disegno, pittura e scultura, anzi queste ultime -anche solo come basi conoscitive- unite alla tecnologia, offrono vere e proprie espansioni per l’opera e per l’artista stesso, attraverso le ibridazioni si amplia il respiro dell’arte. Un respiro tanto ampio quanto quello rinascimentale, basta fare un nome: un grande artista come Leonardo da Vinci, sperimentatore, ricercatore, inventore avrebbe oggi coniugato il disegno al video o alla tv, la realtà virtuale con la pittura, le installazioni con le fantastiche macchine leonardiane, i suoi testi scritti con le performance e le proiezioni con gli affreschi e le pitture murali? Si, assolutamente si, andando oltre ogni distinzione tra i mezzi artistici.

CRISTINA GIACHI
Ti senti parte di un movimento artistico fiorentino? Esiste una sinergia tra i giovani artisti? Esistono luoghi di discussione-confronto? Si lavora pensando alla città o il lavoro è rivolto ad un pubblico esterno?

Confesso di non sentirmi parte di alcun movimento, tutto questo è dovuto in parte al mio carattere introverso, al rifiuto dei compartimenti stagni e all’abitudine a lavorare da sola, anche se non disdegno le esperienze di gruppo temporanee, che anzi considero importantissime. Nel corso degli ultimi anni ho partecipato a vari workshop, ognuno di questi è stata un’esperienza profondamente coinvolgente sia dal punto di vista umano, sia dal punto di vista artistico, perché nello scambio di vedute, pareri e nel dialogo con gli altri si testano le proprie idee, si affrontano i problemi e si cercano eventuali soluzioni, infine in queste occasioni è possibile un confronto tecnico che è difficilmente effettuabile in altre circostanze. La mia ricerca, ma credo che valga per la ricerca in genere, è volta al superamento dei confini, qualsiasi essi siano, che relegano in compartimenti stagni le varie arti così come i confini che dividono gli individui.

VALENTINA FILICE
Reputi che quello dell’artista possa essere ritenuto un mestiere pari agli altri? Se d’accordo, in che termini potrebbe regolarizzarsi all’interno del circuito economico e produttivo nazionale?

Quello dell’artista non è un mestiere uguale agli altri, questo non perché è migliore o al di sopra degli altri mestieri, ma solo perché non è un mestiere, anche se le opere si definiscono lavori, anche se come in altri “mestieri” appunto, l’artista impiega la sua mente e le sue mani. Per la precisione credo che ci siano molti “mestieri” definiti genericamente così, ma che in realtà sono vere e proprie scelte di vita: come il mestiere dell’artista.

MARIA GIULIANA VIDETTA
Qual è la vostra domanda? Più precisamente, l’opera d’arte/l’attività artistica risponde alla domanda che l’artista si è posto e che attraverso l’opera rimanda al fruitore?

La mia domanda potrebbe sintetizzarsi in “cosa vedi?” è una domanda molto ampia che racchiude molti altri questioni come vedere e non vedere, riconoscere e scoprire, vedere oltre, vedere una realtà diversa o rivederla come fosse la prima volta sotto una nuova luce. L’opera d’arte e la ricerca artistica in generale rispondono alla domanda che l’artista stesso si pone riflettendola al fruitore. Le mie opere rispondono alle insistenti domande che mi pongo e che con ironia, talvolta con ansia, sconcerto, rassicurazione, dolcezza, dolore e turbamento ripropongo ai fruitori.

ARTEFICE
L’idea del progetto Case d’Arte nasce dall’intuizione di poter mettere in relazione varie realtà di creativi presenti in città per poter così ampliare una rete di lavoro e quindi creare anche maggiori occasioni di visibilità.
Quali azioni potrebbero portare un contributo positivo alla scena culturale fiorentina?

Costruire connessioni -fare rete- parola talmente usata negli ultimi anni da sembrare usurata, ma nonostante tutto questa resta la parola che più di ogni altra rappresenta la situazione da attuare per Firenze: una rete costruita da tanti fili, diversi tra loro, ma capaci di legarsi gli uni altri altri, una rete che trattiene e al tempo stesso lascia entrare. Una rete che non occulta, ma che mette in evidenza il presente accanto al passato, senza conflitti, alla luce del dato di fatto che tutto è stato o è contemporaneo. Costruire significa conservare e tramandare quelle stesse conoscenze del cinquecento che altrimenti andrebbero perdute, sommate alle conoscenze odierne. A Firenze abbiamo i tesori più preziosi del rinascimento, ma tra cinquecento anni cosa resterà di noi se non costruiamo niente oggi? Se non costruiamo niente, cosa penseranno nel futuro dell’arte del 2000? Se non costruiamo niente la nostra esistenza, non solo creativa, sarà vana.

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